28 febbraio 2009
Una piccola macchiolina di sangue campeggiava sul bordo di quella pagina.Ricordava benissimo quando si tagliò.Era una mattina di primavera,quando il sole riscalda timidamente le città facendo nascere qualche sorriso.Quella mattina sentiva ancora la bocca impastata dalla notte precedente,la testa le doleva ed il trucco la rendeva simile ad un vecchio oblò rigato dal sale.Alzandosi dal letto era inciampata in un vecchio libro che le era stato regalato dalla madre il giorno del suo matrimonio,come voleva una tradizione di famiglia.Da quando il marito era scomparso lei aveva lo aveva confinato sotto il letto,cercando di allontanare dal suo cuore quel dolore prematuro.Era un vecchio libro di poesie francesi,con la copertina rossa rilegata a mano.Aveva sempre associato la sua infanzia a quel profumo,forse perchè la madre soleva leggerglielo ogni sera.Quando si rese conti di aver urtato proprio quel volume,lo raccolse e se lo portò al petto.Poteva percepire ancora il sorriso del marito quando incrociava il suo sguardo innamorato.Si vestì in fretta ed uscì in strada stringendo il prezioso dolore tra le mani.vagava senza meta in balia dei suoi sentimenti immersa nella folla.Giunse ai piedi di un colle,il sole era alto nel cielo,nell’ora senza ombre e s’incamminò lungo la salita.Vide un albero in lontananza e giunta nei sui pressi vi si coricò al di sotto.L’umidità dell’erba si trasferiva dolcemente sul suo abito provocandole qualche brivido.Aprì il libro ed inspirò profondamente tutti i ricordi che scapparono da quella prigione di carta.Trovò la poesia letta dalla madre il giorno del matrimonio,e con timore passò dolcemente la mano sulla pagina,sfiorando la carta ruvida.Incautamente si tagliò.Cadde una lacrima che si mescolò al sangue e scivolarono assieme verso terra.Chi passò di là disse di aver visto una giovane donna piangere.Nessuno seppe mai la causa del suo dolore.
martedì 15 marzo 2011
COME IL ROMANTICISMO PERSE LA VERGINITà
23 marzo 2009
La fune era sfibrata in vari punti
eppure la barca non prendeva
il largo.Ad ogni sferzata di vento
si tratteneva aggrappata al molo
con tutte le sue forze.Perchè
quello era il suo molo,scrostato,
abbandonato,vecchio,forse non era il
migliore ma per lei era perfetto,
l’unico che desiderasse possedere,il solo al quale
volesse restare legata rinnegando la libertà e il mare sconfinato.
Le altre barche non comprendevano cosa ci fosse
di speciale tra i due e la barca non era in grado ma soprattutto
non voleva spiegarlo.Lui era il suo molo e sapeva che
nonostante tutte le mareggiate che l’avevano scossa lui
non l’aveva mai abbandonata,era sempre rimasto al suo fianco.
Lui la proteggeva e la rassicurava durante le tempeste
e quando brillava il sole l’allietava permettendole di cullarsi
sulle onde e appoggiarsi dolcemente a lui.
Si,quello era decisamente il suo molo.
La fune era sfibrata in vari punti
eppure la barca non prendeva
il largo.Ad ogni sferzata di vento
si tratteneva aggrappata al molo
con tutte le sue forze.Perchè
quello era il suo molo,scrostato,
abbandonato,vecchio,forse non era il
migliore ma per lei era perfetto,
l’unico che desiderasse possedere,il solo al quale
volesse restare legata rinnegando la libertà e il mare sconfinato.
Le altre barche non comprendevano cosa ci fosse
di speciale tra i due e la barca non era in grado ma soprattutto
non voleva spiegarlo.Lui era il suo molo e sapeva che
nonostante tutte le mareggiate che l’avevano scossa lui
non l’aveva mai abbandonata,era sempre rimasto al suo fianco.
Lui la proteggeva e la rassicurava durante le tempeste
e quando brillava il sole l’allietava permettendole di cullarsi
sulle onde e appoggiarsi dolcemente a lui.
Si,quello era decisamente il suo molo.
ASINTOTO SOCIALE
C'era un odore fresco
Di montagna spruzzata di ghiaccio
La borsa gravava verso terra e pareva scorticarle la spalla.
"Dovrei lavare le scarpe"-Pensò J. indirizzando lo sguardo verso il selciato.
Aveva avvistato sull'altro lato della strada un angolino soleggiato nel bel mezzo della piazza e senza abbassare lo sguardo avanzava velocemente solcando in diagonale la ressa.Giunta nel posto desiderato lascio cadere senza troppa accortezza il bagaglio,piegò le ginocchia incastradole l'una nell'altra e si sedette coi suoi jeans consunti a terra-un gesto che poco si addice ad una signorina per bene-avrebbe detto suo madre-la stazione è un posto poco raccomandabile.Per lei non era assolutamente concepibile una trasgressione simile,lei che per oltre trent'anni non aveva fatto altro che rigovernare la casa e rammendare i calzini di un uomo calvo e pingue che si sbatteva la sua segretaria nel letto coniugale.Ma per J.era tutto così profondamente naturale,lei non ci badava e sua madre non poteva tollerare tutta questa spontaneità.E se reputava il sedersi a terra una trasgressione,figuriamoci cosa sarebbe successo se le avesse detto che il suo fidanzato Marco in realtà si chiamava Marta e che,particolare non trascurabile,vivevano assieme in un centro sociale,proprio dietro la stazione.Si sarebbe disperata.O peggio,avrebbe finto di non capire,di non sapere.Perchè era proprio questa la specialità di sua madre,l'omertà.
"Voglio il divorzio"-Le disse un giorno il marito
Tutto quello che lei riuscì a dire,sfoderando il suo sorriso di circostanza, fu:"Caro,il pranzo si fredda,vieni a tavola".
J. era fuggita da quella assurda realtà,la vita era insostenibile.Aveva fatto amicizia persino coi piccioni dei portici durante i mesi di permanenza,e possedeva due cartoni che chiamava letto.Ma era felice,tutto sarebbe stato meglio che avere sotto gli occhi quella follia dilagante chiamata famiglia.E a chi le diceva:"Quando arriverà l'inverno potrai morire assiderata,te ne rendi conto?"-rispondeva sempre con una disarmante tranquillità al suono di:"Se non altro,morirei in un luogo chiamato libera scelta"
Di montagna spruzzata di ghiaccio
La borsa gravava verso terra e pareva scorticarle la spalla.
"Dovrei lavare le scarpe"-Pensò J. indirizzando lo sguardo verso il selciato.
Aveva avvistato sull'altro lato della strada un angolino soleggiato nel bel mezzo della piazza e senza abbassare lo sguardo avanzava velocemente solcando in diagonale la ressa.Giunta nel posto desiderato lascio cadere senza troppa accortezza il bagaglio,piegò le ginocchia incastradole l'una nell'altra e si sedette coi suoi jeans consunti a terra-un gesto che poco si addice ad una signorina per bene-avrebbe detto suo madre-la stazione è un posto poco raccomandabile.Per lei non era assolutamente concepibile una trasgressione simile,lei che per oltre trent'anni non aveva fatto altro che rigovernare la casa e rammendare i calzini di un uomo calvo e pingue che si sbatteva la sua segretaria nel letto coniugale.Ma per J.era tutto così profondamente naturale,lei non ci badava e sua madre non poteva tollerare tutta questa spontaneità.E se reputava il sedersi a terra una trasgressione,figuriamoci cosa sarebbe successo se le avesse detto che il suo fidanzato Marco in realtà si chiamava Marta e che,particolare non trascurabile,vivevano assieme in un centro sociale,proprio dietro la stazione.Si sarebbe disperata.O peggio,avrebbe finto di non capire,di non sapere.Perchè era proprio questa la specialità di sua madre,l'omertà.
"Voglio il divorzio"-Le disse un giorno il marito
Tutto quello che lei riuscì a dire,sfoderando il suo sorriso di circostanza, fu:"Caro,il pranzo si fredda,vieni a tavola".
J. era fuggita da quella assurda realtà,la vita era insostenibile.Aveva fatto amicizia persino coi piccioni dei portici durante i mesi di permanenza,e possedeva due cartoni che chiamava letto.Ma era felice,tutto sarebbe stato meglio che avere sotto gli occhi quella follia dilagante chiamata famiglia.E a chi le diceva:"Quando arriverà l'inverno potrai morire assiderata,te ne rendi conto?"-rispondeva sempre con una disarmante tranquillità al suono di:"Se non altro,morirei in un luogo chiamato libera scelta"
mercoledì 9 marzo 2011
LIQUIRIZIA
Sformato ed innarrestabile giunge
Il nero
Petrolio liquoroso
Di radice amara.Fagocita
Senza pietà ogni anfratto
Niente più vita né morte
Solo appiccicoso liquame che ribolle
Con la sua densa personalità.
S’innalza ed incede goffamente,sovrastando
I fluttuanti animi.
Poi si dirige a sud,verso la distesa umida
Si immette incestuosamente nel blu
E con esso ricade
Nel silenzioso oblio della notte
Cancellando ogni traccia d’ossigeno
Il nero
Petrolio liquoroso
Di radice amara.Fagocita
Senza pietà ogni anfratto
Niente più vita né morte
Solo appiccicoso liquame che ribolle
Con la sua densa personalità.
S’innalza ed incede goffamente,sovrastando
I fluttuanti animi.
Poi si dirige a sud,verso la distesa umida
Si immette incestuosamente nel blu
E con esso ricade
Nel silenzioso oblio della notte
Cancellando ogni traccia d’ossigeno
mercoledì 26 gennaio 2011
CATALESSI ENCOMIASTICA
26 gennaio 2011
Un po’ donna,un po’ aperta
Sesso e cenere dipinti,di sangue
Di unghie scoperte sulla carne
Tagliente,tagliata,dormiente
Si volta,rinasce e seduce
Con passo altisonante si struscia
E si cala la veste
Si impala e si immola
si bagna e si schiude,fiore notturno che accoglie
Il sole,la mano
La afferra e la morde,ci passa la lingua
ci infila un po’ di cuore.
Lancia un paio di pensieri,nichelino passeggero che sfuma
Ti pensa la notte,ricade laggiù
Un po’ a valle,un po’ a mare e si immerge
Nel sale e sboccia sul bagnasciuga
Godendo
In silenzio di spasmi involontari conditi
Di lacrime d’acido
Poi scoppia e si dilunga
Coi piedi
Si punta
E si tinge di squarcio sulla neve
Lo allarga,lo scioglie,si annoda e si accarezza
L’altro crine,divora e si pente
Segue la rotta della carne polposa
Di freccia che sgorga,di nausea
Di perversione
Prega e bestemmia il giorno
Arrivato
Non nasconde più il tutto
Nell’indefinito contorno senza confini
Dove il tutto e il niente si mescolano fino a fottersi.
Un po’ donna,un po’ aperta
Sesso e cenere dipinti,di sangue
Di unghie scoperte sulla carne
Tagliente,tagliata,dormiente
Si volta,rinasce e seduce
Con passo altisonante si struscia
E si cala la veste
Si impala e si immola
si bagna e si schiude,fiore notturno che accoglie
Il sole,la mano
La afferra e la morde,ci passa la lingua
ci infila un po’ di cuore.
Lancia un paio di pensieri,nichelino passeggero che sfuma
Ti pensa la notte,ricade laggiù
Un po’ a valle,un po’ a mare e si immerge
Nel sale e sboccia sul bagnasciuga
Godendo
In silenzio di spasmi involontari conditi
Di lacrime d’acido
Poi scoppia e si dilunga
Coi piedi
Si punta
E si tinge di squarcio sulla neve
Lo allarga,lo scioglie,si annoda e si accarezza
L’altro crine,divora e si pente
Segue la rotta della carne polposa
Di freccia che sgorga,di nausea
Di perversione
Prega e bestemmia il giorno
Arrivato
Non nasconde più il tutto
Nell’indefinito contorno senza confini
Dove il tutto e il niente si mescolano fino a fottersi.
giovedì 13 gennaio 2011
VENTIDIECI
31 dicembre
Il freddo,il 25 febbraio,il nostro primo bacio,McCurry,MilanoBrescia,Lisbona,la rosa bianca,mine vaganti,il 28 marzo,le notti,fare l’amore,pasqua,Heineken Jammin Festival,Woodstock,la tenda,il mio compleanno,il rastino,la festa della radio,gli interpol,Lotta,Lavenone,gli Afterhours,le persone,se niente importa,l’artigiano in fiera,le mani fredde,il fiore rosso,la birra in colonne,gli esami a settembre,il 20 novembre,la maglia di Banksy,i colori,il 9 agosto,politiha ehonomiha,il maglione verde,il tuo sorriso,l’odore di incenso in vasca,la scuola,i rayban blu,prenotare londra,il rullino bianco e nero,il gay pride,le amicizie lontane,Clara,essermi innamorata,tu e tutto ciò che porti con te.
Il freddo,il 25 febbraio,il nostro primo bacio,McCurry,MilanoBrescia,Lisbona,la rosa bianca,mine vaganti,il 28 marzo,le notti,fare l’amore,pasqua,Heineken Jammin Festival,Woodstock,la tenda,il mio compleanno,il rastino,la festa della radio,gli interpol,Lotta,Lavenone,gli Afterhours,le persone,se niente importa,l’artigiano in fiera,le mani fredde,il fiore rosso,la birra in colonne,gli esami a settembre,il 20 novembre,la maglia di Banksy,i colori,il 9 agosto,politiha ehonomiha,il maglione verde,il tuo sorriso,l’odore di incenso in vasca,la scuola,i rayban blu,prenotare londra,il rullino bianco e nero,il gay pride,le amicizie lontane,Clara,essermi innamorata,tu e tutto ciò che porti con te.
COAGULAZIONE MENTALE
16 dicembre
Tanti sassolini bianchi,tondi e perfettamente sferici.Altro non sono che pensieri sbrandellati che ruotano freneticamente nella mia pianta centrica.Rotolano lungo una parete,accelerano,vorticano ed infine vengono sparati lungo il viscido trampolino.Nascono come un tuffo in un oceano di niente,nonsense efferato che nell'uovo era corposo e fiero ed ora lo osservo mentre soccombre agli speroni del guano moderno.Sgomitando tanta di schiantare le frasche che lo insudiciano e lo scorgo tra mille uguali.Ci vorrebbe un Fibonacci del 2000 che studiasse quale strana correlazione vi sia tra tutti gli omologati delle sinapsi;almeno mi metteri l'animo in pace:se questa conformazione fosse legata in qualche modo alla matematica,saprei finalmente perchè non ne faccio parte,io e la matematica siamo sempre state in due sistemi solari differenti.
Tanti sassolini bianchi,tondi e perfettamente sferici.Altro non sono che pensieri sbrandellati che ruotano freneticamente nella mia pianta centrica.Rotolano lungo una parete,accelerano,vorticano ed infine vengono sparati lungo il viscido trampolino.Nascono come un tuffo in un oceano di niente,nonsense efferato che nell'uovo era corposo e fiero ed ora lo osservo mentre soccombre agli speroni del guano moderno.Sgomitando tanta di schiantare le frasche che lo insudiciano e lo scorgo tra mille uguali.Ci vorrebbe un Fibonacci del 2000 che studiasse quale strana correlazione vi sia tra tutti gli omologati delle sinapsi;almeno mi metteri l'animo in pace:se questa conformazione fosse legata in qualche modo alla matematica,saprei finalmente perchè non ne faccio parte,io e la matematica siamo sempre state in due sistemi solari differenti.
martedì 30 novembre 2010
RITORNO AD ITACA
30 novembre
L’aria umidiccia penetrò immediatamente nei miei antri : non v’erano dubbi,ero a casa. Erano trascorsi dieci anni dalla mia dipartita ma sembrava fosse stato solo un battito di ciglia. Tutto era rimasto immutato ed i miei occhi scrutavano nuovamente le stesse immagini di sempre:le pareti gialle della sede del partito erano scrostate nelle medesime parti, le strade fratturate sulle medesime curve,persino quell’odore di marcio che aleggiava nell’aria dopo la pioggia non era mutato. Mi venne subito voglia di ripartire ma nello stesso tempo un’indescrivibile malinconia dell’infanzia,quando finita la scuola correvo a casa ripercorrendo sempre la stessa strada, sfrecciavo davanti ai cassonetti,superavo la casa del dottore ed ero arrivata,ero a casa. La mia casa,quella che ora mi sovrasta minacciosa e riporta con sé strette imposizioni e rotoli di bugie che mi stringevo addosso. Vorrei poterla considerare ancora il mio rifugio ma non posso farlo,la mia casa ora è altrove e la mia persona anela ad una realtà ben differente da questa. Sono tornata solo per vedere mia madre,per sentire quel suo profumo,di fiori secchi,quello che aderiva alla mia pelle ad ogni abbraccio .Cerco istintivamente le chiavi,che sciocca,non le ho più da tempo,eppure quell’abitudine non se ne va. Allora mi decido a suonare. Indugio con l’indice mangiucchiato davanti al citofono,è d’ottone,freddo e consunto,poi suono.Il campanello rintocca fastidiosamente nella mia mente,il cancello si apre facendo lo stesso rumore delle zanzare che muoiono bruciate.
TCHZ
Mi tuffo,risalgo la corrente dei gradini bianchi e la vedo,mi corre incontro,mia madre. Mi stringe a sé con le lacrime agli occhi. Muschio bianco. Ha cambiato profumo,ma il corpo è quello di sempre,magro ed accogliente,dolce e profumato. Non voglio liberarmi da quella stretta,vorrei durassero per sempre quegli istanti,o forse temo semplicemente il contatto visivo e l’imbarazzo di non sapere cosa dire. Poi si stacca da me
“Ti ho comprato il the alle spezie che ti piace tanto” dice sorridendomi con la commozione che le stringe la gola.
L’aria umidiccia penetrò immediatamente nei miei antri : non v’erano dubbi,ero a casa. Erano trascorsi dieci anni dalla mia dipartita ma sembrava fosse stato solo un battito di ciglia. Tutto era rimasto immutato ed i miei occhi scrutavano nuovamente le stesse immagini di sempre:le pareti gialle della sede del partito erano scrostate nelle medesime parti, le strade fratturate sulle medesime curve,persino quell’odore di marcio che aleggiava nell’aria dopo la pioggia non era mutato. Mi venne subito voglia di ripartire ma nello stesso tempo un’indescrivibile malinconia dell’infanzia,quando finita la scuola correvo a casa ripercorrendo sempre la stessa strada, sfrecciavo davanti ai cassonetti,superavo la casa del dottore ed ero arrivata,ero a casa. La mia casa,quella che ora mi sovrasta minacciosa e riporta con sé strette imposizioni e rotoli di bugie che mi stringevo addosso. Vorrei poterla considerare ancora il mio rifugio ma non posso farlo,la mia casa ora è altrove e la mia persona anela ad una realtà ben differente da questa. Sono tornata solo per vedere mia madre,per sentire quel suo profumo,di fiori secchi,quello che aderiva alla mia pelle ad ogni abbraccio .Cerco istintivamente le chiavi,che sciocca,non le ho più da tempo,eppure quell’abitudine non se ne va. Allora mi decido a suonare. Indugio con l’indice mangiucchiato davanti al citofono,è d’ottone,freddo e consunto,poi suono.Il campanello rintocca fastidiosamente nella mia mente,il cancello si apre facendo lo stesso rumore delle zanzare che muoiono bruciate.
TCHZ
Mi tuffo,risalgo la corrente dei gradini bianchi e la vedo,mi corre incontro,mia madre. Mi stringe a sé con le lacrime agli occhi. Muschio bianco. Ha cambiato profumo,ma il corpo è quello di sempre,magro ed accogliente,dolce e profumato. Non voglio liberarmi da quella stretta,vorrei durassero per sempre quegli istanti,o forse temo semplicemente il contatto visivo e l’imbarazzo di non sapere cosa dire. Poi si stacca da me
“Ti ho comprato il the alle spezie che ti piace tanto” dice sorridendomi con la commozione che le stringe la gola.
NEON AL PASCOLO
26 novembre
Una coperta di luce gelata avvolgeva le linfatiche dita che screziavano l’oscurato coperchio. Era tutto spaventosamente vergine da confondermi ed il mio sguardo si smarriva continuamente,in epilettici battiti. Tutto era così terribilmente neve,che all’improvviso fui neve anch’io.
Una coperta di luce gelata avvolgeva le linfatiche dita che screziavano l’oscurato coperchio. Era tutto spaventosamente vergine da confondermi ed il mio sguardo si smarriva continuamente,in epilettici battiti. Tutto era così terribilmente neve,che all’improvviso fui neve anch’io.
ELOGIO DELLA SOLITUDINE
28 ottobre
L’uomo,animale sociale,filantropo,dotato di una miriade di sfaccettature e sfumature psicologiche che lo differenziano da qualunque altro essere vivente .L’uomo ha la possibilità di DECIDERE come muoversi nel mondo e verso cosa tendere,anche se quella dell’operare delle scelte è solo un’illusione. Infatti non tutte le decisioni che prendiamo sono frutto da libero arbitrio del background di situazioni che ci attorniano. Pensiamo al concetto di gettatezza di Sartre:l’uomo non ha la capacità di decidere quando e dove venire al mondo,ragione per la quale sarà sempre animato da grandi enigmi senza risposta. Non parlo di predestinazione,quanto più di agenti esterni che ci influenzano,come un concetto estrapolato dal pensiero taoista insegna:la vita è un lungo fiume che scorre ed il suo greto è delimitato da argini e non possiamo dunque deviare il suo corso,ma semplicemente lasciarci andare e seguire il fluire della corrente. Non si parla di passività nei confronti della vita,ma di naturalezza,di una democrazia decisionale senza forzature e brusche risalite contro corrente. A questo si aggiungono turbolenze nelle quali inevitabilmente incappiamo nel corso della nostra esistenza e apporteranno delle modificazioni soprattutto i trascorsi avvenuti durante l’infanzia influenzeranno in larga parte la personalità dell’uomo adulto. Durante l’età puerile infatti si gettano le fondamenta per la costruzione dell’adulto. Questa visione è stata introdotta ex novo da John Locke ,il quale definiva la mente di un infante un foglio bianco sul quale si andranno ad imprimere le idee grazie all’esperienza. Benchè questo pensiero fosse molto rivoluzionario, il bambino venne considerato un adulto in miniatura fino al’700, e solo con Rousseau si inizierà ad assumere una visione puerocentrica nella psicologia. Da quel momento si iniziò a studiare a fondo la psicologia dell’adulto,andando a cercare il fattore eziologico di determinate anomalie comportamentali in trascorsi dell’infanzia. Il modo di gestire le relazioni interpersonali viene forgiato durante l’infanzia ed in particolare, secondo gli studi condotti da Mary Ainsworth,dal tipo di legame di attaccamento che il bambino sviluppa nei confronti della figura genitoriale : un attaccamento debole avrà delle gravi ripercussioni nell’ambito delle relazioni interpersonali, causando,ad esempio,isolamento e gravi “menomazioni sociali” . L’interazione sociale è il fulcro attorno al quale ruota l’esistenza umana, soprattutto nel contesto attuale dove l’altissima densità di popolazione ed i bombardamenti mediatici sembrano inviare taciti messaggi volti a cauterizzare e sotterrare il contatto con il proprio io. Questo “sfregamento antropologico” forzato sta creando notevoli danni alla psiche umana,sono solo a livello fisico,con l’insorgere esponenziale di stress ma soprattutto a livello mentale : l’assenza dell’altro porta infatti a concentrarsi sul proprio io, a riflettere e dialogare interiormente. Risulta quasi impossibile introiettare delle idee originali e diverse da quelle che ,come una pandemia di pidocchi,balzano da una mente all’altra. La solitudine “part time” è avvallata da numerosissime testimonianze,soprattutto lo è dalle lobby della letteratura .Prendiamo ad esempio la Bibbia,dove troviamo uno dei più conclamati episodi di solitudine terapeutica : Gesù ed i quaranta giorni nel deserto,a seguito dei quali egli raggiunse una maturità solenne ed aulica,quasi illuminata oserei dire e che probabilmente non avrebbe colto stando in contatto con altre persone. Scegliere dunque di restare soli non è un sintomo di misantropia latente,ma una scelta consapevole di un soggetto pensante al quale non basta vivere per luoghi comuni e rimasticare pensieri più volte “sverginati”. Questo rimanere in solitudine coincide sovente con un’immersione nella natura grezza,scelta inconscia sia di forgiatura romantica al retrogusto di Coleridge ed i suoi Daffodils, sia di stampo elegiaco alla Titiro che compone al flauto sotto un ampio faggio ombroso. V’era anche un Petrarca,il quale errava solo per i campi,errava <>. Pensoso e solo,binomio quasi inscindibile in quanto il bisogno di solitudine sfocia inevitabilmente nella riflessione. L’ascetismo naturalistico risulta avere un effetto placebo sulla mente umana, sublimando conflitti e stress quotidiani. Parliamo di quel pastore dell’ Asia che errava e si rivolgeva alla luna : immerso nella tranquillità agreste egli rivolgeva le sue domande alla luna,interlocutrice ideale. La natura divine personificazione di un compagno fittizio. L’uomo è assillato e perseguitato da grandi domani,non è una proiezione eroica ideale,va rifiutata in ogni termine,come d’altronde fece il poeta greco Archiloco,la Kalokagathia, che induce gli esseri umani a non riflettere e non conoscere i propri limiti. Per essere humanus,è necessario un giusto bilanciamento tra dialogo e silenzio; per apprezzare l’uno è necessario non escludere l’altro. Il rapporto solitudine-natura viene ripreso da un autore contemporaneo, Sergio Bambaren, il quale narra di dialoghi con “il grande blu”(il mare) e di viaggi lunghissimi con il solo scopo di rintanarsi in un angolo sperduto del globo per poter riflettere ed appurare che il mondo di oggi non è a misura d’uomo ma una follia dilagante . La solitudine,quando rappresenta il contrappeso per i momenti di ricreazione sociale non è deleteria .Continuando a bandire il restare da soli si rischia di assistere ad un’inversione di marcia,un’involuzione sociale che sfocerà in una crisi di sociopatia generale. Tale comportamento non è affatto sano,anzi,rappresenta un forte disagio . Spesso l’uomo è costretto alla solitudine forzata oppure soccombe all’idea che si nasca e si viva da soli. Prendiamo ad esempio una delle opere di Gabriel Garcia Marquez 100 anni di solitudine,. Il titolo è emblematico e sembra quasi non essere attinente alla trama,ma approfondendo la nostra indagine possiamo comprendere che la solitudine è la condizione di ogni essere umano all’interno del microcosmo,rappresentato dal susseguirsi delle generazioni,soggette al tempo ed alla morte. Evidenziamo dunque una situazione di estrema sfiducia nel pensiero della’autore, molto simile a quello rappresentato da Dino Buzzati ne Il deserto dei Tartari nel quale troviamo un uomo emarginato dalla società che attende solo la morte,unica via di salvezza. Questa visione della solitudine non gioca a favore della mia tesi,ma sono un chiaro esempio di persone che non hanno saputo giostrarsi tra gli estremi dell’isolamento e della vita di gruppo. Non sconfiniamo in comportamenti morbosi, non chiudiamo i canali di comunicazione con gli altri esseri umani come il “fortunato” Paolo Giordano scrive nella sua opera La solitudine dei numeri primi, bisogna essere abili e cercare di barcamenarsi in mezzo alle rapide imparando a capire che,come scriveva De Andrè nella sua Anime salve <>anche nella solitudine avremo sempre un fedelissimo compagno : noi stessi.
L’uomo,animale sociale,filantropo,dotato di una miriade di sfaccettature e sfumature psicologiche che lo differenziano da qualunque altro essere vivente .L’uomo ha la possibilità di DECIDERE come muoversi nel mondo e verso cosa tendere,anche se quella dell’operare delle scelte è solo un’illusione. Infatti non tutte le decisioni che prendiamo sono frutto da libero arbitrio del background di situazioni che ci attorniano. Pensiamo al concetto di gettatezza di Sartre:l’uomo non ha la capacità di decidere quando e dove venire al mondo,ragione per la quale sarà sempre animato da grandi enigmi senza risposta. Non parlo di predestinazione,quanto più di agenti esterni che ci influenzano,come un concetto estrapolato dal pensiero taoista insegna:la vita è un lungo fiume che scorre ed il suo greto è delimitato da argini e non possiamo dunque deviare il suo corso,ma semplicemente lasciarci andare e seguire il fluire della corrente. Non si parla di passività nei confronti della vita,ma di naturalezza,di una democrazia decisionale senza forzature e brusche risalite contro corrente. A questo si aggiungono turbolenze nelle quali inevitabilmente incappiamo nel corso della nostra esistenza e apporteranno delle modificazioni soprattutto i trascorsi avvenuti durante l’infanzia influenzeranno in larga parte la personalità dell’uomo adulto. Durante l’età puerile infatti si gettano le fondamenta per la costruzione dell’adulto. Questa visione è stata introdotta ex novo da John Locke ,il quale definiva la mente di un infante un foglio bianco sul quale si andranno ad imprimere le idee grazie all’esperienza. Benchè questo pensiero fosse molto rivoluzionario, il bambino venne considerato un adulto in miniatura fino al’700, e solo con Rousseau si inizierà ad assumere una visione puerocentrica nella psicologia. Da quel momento si iniziò a studiare a fondo la psicologia dell’adulto,andando a cercare il fattore eziologico di determinate anomalie comportamentali in trascorsi dell’infanzia. Il modo di gestire le relazioni interpersonali viene forgiato durante l’infanzia ed in particolare, secondo gli studi condotti da Mary Ainsworth,dal tipo di legame di attaccamento che il bambino sviluppa nei confronti della figura genitoriale : un attaccamento debole avrà delle gravi ripercussioni nell’ambito delle relazioni interpersonali, causando,ad esempio,isolamento e gravi “menomazioni sociali” . L’interazione sociale è il fulcro attorno al quale ruota l’esistenza umana, soprattutto nel contesto attuale dove l’altissima densità di popolazione ed i bombardamenti mediatici sembrano inviare taciti messaggi volti a cauterizzare e sotterrare il contatto con il proprio io. Questo “sfregamento antropologico” forzato sta creando notevoli danni alla psiche umana,sono solo a livello fisico,con l’insorgere esponenziale di stress ma soprattutto a livello mentale : l’assenza dell’altro porta infatti a concentrarsi sul proprio io, a riflettere e dialogare interiormente. Risulta quasi impossibile introiettare delle idee originali e diverse da quelle che ,come una pandemia di pidocchi,balzano da una mente all’altra. La solitudine “part time” è avvallata da numerosissime testimonianze,soprattutto lo è dalle lobby della letteratura .Prendiamo ad esempio la Bibbia,dove troviamo uno dei più conclamati episodi di solitudine terapeutica : Gesù ed i quaranta giorni nel deserto,a seguito dei quali egli raggiunse una maturità solenne ed aulica,quasi illuminata oserei dire e che probabilmente non avrebbe colto stando in contatto con altre persone. Scegliere dunque di restare soli non è un sintomo di misantropia latente,ma una scelta consapevole di un soggetto pensante al quale non basta vivere per luoghi comuni e rimasticare pensieri più volte “sverginati”. Questo rimanere in solitudine coincide sovente con un’immersione nella natura grezza,scelta inconscia sia di forgiatura romantica al retrogusto di Coleridge ed i suoi Daffodils, sia di stampo elegiaco alla Titiro che compone al flauto sotto un ampio faggio ombroso. V’era anche un Petrarca,il quale errava solo per i campi,errava <
Iscriviti a:
Post (Atom)
